Nella rubrica “Le Vostre Domande”, rispondo alle Vostre lettere in cui vi interrogate sui dubbi psicologici che toccano le nostre vite quotidiane.
Una normale solitudine: la mia risposta a Luana
Attraverso la lettera di una lettrice, Luana, esploreremo temi come: difficoltà relazionali legate al senso di vuoto, bisogno di connessione e paura della solitudine, aspettative sociali legate alla solitudine, il mito del “chiodo scaccia chiodo”, sentirsi bene senza un partner.
La lettera di Luana: quando rimanere soli è una scelta
Caro Dott. Geraci,
Da circa sei mesi ho interrotto una convivenza di tre anni con un uomo, una storia profonda che mi ha fatto cambiare.
Superati i primi mesi di tristezza adesso va bene, sono serena, lavoro, esco. Quel che mi turba è l’atteggiamento dei miei amici: non riescono a capire perché non cerco un altro compagno. Io sento di star bene da sola. Non sento il bisogno di “scacciare il chiodo” con un altro chiodo. Che ne pensa? Sono depressa? Cosa c’è di strano nello stare bene da single?
Luana, Novara
Cara Luana,
forse lei risulta inquietante ai suoi amici perché oggi della solitudine si ha soprattutto paura. Come per esorcizzarla, milioni di persone si telefonano, si mandano email e messaggi su whatsapp, chattano in continuazione. Si è finito per considerare ovvio questo continuo “essere connessi”, questo vivere perennemente in una rete di relazioni e, di conseguenza “lo stare da soli” un po’ confonde. Abbiamo tutti dimenticato che, accanto ad una solitudine “buia” e subita, può esserci anche una solitudine “luminosa” e ricercata?
Quando la solitudine è un sintomo da non sottovalutare
Da un punto di vista psicologico, la solitudine è una condizione di per sé neutra.
Essa certamente può accompagnarsi a disturbi come l’isolamento affettivo, la difficoltà relazionale o la depressione.
Troviamo ancora la solitudine nelle condizioni di lutto o separazione, insieme a sentimenti di tristezza, dolore, oppressione. Sarà dovere dello psicologo, e di chiunque ha in carico una persona sofferente, prestare attenzione a questi lati oscuri e distruttivi.
Quando invece la solitudine fa bene
Detto questo devo ricordare, a dispetto dei tempi, che esistono però solitudini positive, gratificanti e creative.
Non sempre, infatti, l’allontanarsi dagli altri o scegliere di rimanere da soli comporta sofferenza o disagio. Viceversa, in tal modo, si può favorire la ricerca di condizioni volte all’arricchimento interiore, all’ascolto di sè, ad un rapporto profondo con la realtà e ad un dialogo con le parti più autentiche di se stessi.
Cosa dice la ricerca scientifica: il profilo dei “solitari”
Diverse indagini sul tema ci hanno fornito persino un profilo del solitario (in Italia) e le conclusioni ci confortano.
Il profilo di chi preferisce la solitudine è quello di una persona adulta e di livello culturale superiore, stabile emotivamente e capace anche di socialità. L’identikit dei solitari italiani evidenzia inoltre: coscienziosità (costanza, accuratezza, affidabilità, ecc) e apertura mentale (riflessività, aggiornamento, creatività, ecc) che sembrano essere l’espressione di un forte interesse per l’aspetto profondo delle cose e per un’autentica connessione con se stessi.
Queste caratteristiche trovano conferma anche nel pensiero di alcuni maestri della ricerca psicologica che considerano la “capacità di star soli” nel bambino un segno di buona evoluzione e nell’adulto, un elemento caratterizzante della persona pienamente realizzata.
Dott. Gianfranco Geraci
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