Attacco di Panico, una possibile teoria

munchurlo

L’Attacco di Panico insorge improvvisamente e inaspettatamente, con un vissuto di crollo fisico ed emotivo caratterizzato da fortissime paure di ogni genere fino al  terrore e alla paura di morire.

L’attacco di Panico in genere  crea una linea di demarcazione nella vita del soggetto, il quale da quel momento inizia a temere che ricapiti. Questo in genere porta a una serie di limitazioni volontarie nella propria vita come l’evitamento di situazioni o luoghi legati al primo attacco, riduzioni della propria libertà, impossibilità di molte scelte.

L’attacco di panico è spesso l’estremità più grave di una condizione di  ansia generalizzata. Essa è molto più frequente, e la sua intensità molto variabile. Generalmente le persone che ne soffrono vivono una condizione di ansietà che è da sempre conosciuta dal soggetto con vari sintomi emotivi che egli sente far parte della sua natura, che vengono percepiti o poco significativi o via via sempre più intrusivi e pesanti fino ad essere come un peso sulla propria esistenza da cui liberarsi.

Una  visione psicodinamica

Una visione psicodinamica porta a  collegare l’origine del disturbo d’ansia con le difficoltà  relative alla crescita e alla strutturazione della propria personalità.

Ad esempio si è dimostrato che una storia difficile di separazione infantile dalle figure genitoriali  è correlato con una condizione di ansietà di vario grado. La complicatezza di tale storia, insieme ad alcune esperienze traumatiche non elaborate correttamente dal soggetto, può anche essere la causa dell’emergenza di attacchi di panico.

Il panico dunque riporterebbe drammaticamente nel presente  una sofferenza che non è stato possibile elaborare nel passato, qualcosa che è avvenuto sia all’interno della personalità, sia nelle relazioni interpersonali, e che ora richiede di essere integrata e accolta.

Sistema di Attaccamento e Attacco di Panico

Il disturbo d’ansia, che va da forti stati d’ansia all’attacco di panico vero e proprio, si manifesta dunque come il fenomeno più eclatante di una accentuata sensibilità alla perdita della sicurezza e della protezione. Il soggetto affetto da disturbo di panico spesso inconsapevolmente finisce per collocarsi  in una zona di “tranquillità” che è assai angusta e riduttiva perché sia una nuova simbolica separazione che un possibile nuovo attaccamento (a una persona, o situazione) possono minacciare il suo fragile equilibrio.

Una storia infantile caratterizzata da alcune problematiche gravi di attaccamento (insicurezza, ambivalenza, evitamento,  disorganizzazione emotiva, etc), impedisce che la maturazione emotiva coincida con lo sviluppo del soggetto.

Se c’è una storia precoce di ansia dovuta a problemi di attaccamento, è molto probabile che l’acquisizione di un senso di sé adulto, risulti difficile.

Vero e Falso Sé

Alcuni importanti  autori hanno parlato della necessità, in persone con queste vicissitudini, di sviluppare una rappresentazione di sé che li protegga da tanta fragilità, Hellen Deutch prima e Winnicott successivamente elaborano il concetto di  “Falso Sé”, con il quale si definisce la funzione di maschera, di scudo nei confronti della realtà esterna e delle relazioni interpersonali sentite come minacciose. Il “Falso Sé” (che nasce come difesa) può alimentarsi più o meno inconsapevolmente a dismisura fino ad essere di fatto il vero ostacolo ad una autentica partecipazione alla vita. Agganciandosi a tratti personali narcisistici, esibizionistici e a idealizzazioni di sé  astratte, può finire per guidare il soggetto verso una autoaffermazione distante dalla propria autentica natura (il Vero Sé).

Si comprende dunque come  una difesa “Falso Sé” troppo sviluppata può rendere precario l’equilibrio del soggetto e minacciosa una crisi  o cambiamento di qualunque genere, anche potenzialmente positiva (un nuovo lavoro, un amore, un viaggio, ecc). Se comprendiamo che il Falso Sé,  è costituito da aspetti imitativi, da frammenti di identità illusorie e idealizzate, da aspetti razionali, e si sostenta grazie al disconoscimento della propria più profonda  emotività, fino ad arrivare ad tratti di anaffettività e scarsa empatia; comprenderemo che un evento, un cambiamento, o una esperienza che toccano il soggetto fino in profondità, possa essere avvertito come catastrofico.

L’attacco di panico infatti si caratterizza per la perdita catastrofica della sicurezza, per l’emergenza di vissuti emotivi prima negati ed elusi, per una percezione di vulnerabilità e frammentazione di ciò che si ritiene essere la propria identità.

Il soggetto, a questo punto, si percepisce vulnerabile e frammentato, sfociando in atteggiamenti depressivi o paranoidi.

Cosa fare?

L’attacco di panico è un evento drammatico, ma può anche considerarsi una esperienza del proprio limite. Esso annuncia al soggetto che il tempo di difendersi dal mondo e dalle emozioni come si è sempre fatto è oramai finito.

In un certo senso può essere anche considerato positivamente se costringe il soggetto a prendersi cura finalmente di quegli aspetti di sé finora misconosciuti o negati. Questo può avvenire solo all’interno di una relazione psicoterapeutica. Nello spazio privato e protetto della terapia, possono finalmente essere ricercati quei tratti autentici, riconosciute le emozioni eluse, ricordati e d elaborati gli eventuali traumi subiti. Nel dipanare la matassa della propria storia sarà possibile trovare le tracce del Vero Sé in azione, mai del tutto sconfitto, che cercava solo un luogo da cui ripartire. Questa parte più autentica, riconosciuta, valorizzata, incoraggiata  presto tornerà ad essere ciò che alimenta la vera personalità: una singolare originalità pronta ad esprimersi nel mondo.

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