Il viaggio

Posta-del-Cuore-relazione-gay-a-distanza

A pochi giorni dalla Settimana Nazionale Contro l’Omofobia e in attesa dell’imminente Onda Pride, che vedrà decine di manifestazioni in ogni città d’Italia da Nord a Sud, pubblico con piacere le mie risposte a due lettere che ho ricevuto e che toccano in modo diverso, ma così riconoscibile nei vissuti di chiunque, il variegato mondo di questi concittadini

 

Gentile Dott. Geraci,

Mi chiamo Anna e le scrivo da Pisa. Da circa un anno sto con una ragazza più giovane di me e con meno esperienza. Lei è innamorata ed entusiasta della nostra storia. Io, forse più smaliziata, mi misuro e quasi combatto contro la mia stessa gioia. Ho visto troppe relazioni iniziate alla grande è finite miseramente.
Da una settimana lei è partita molto lontano per un lavoro stagionale. Io sono rimasta qui in città. Sono tormentata dal dubbio. Si affievoliranno i suoi sentimenti per me? Adesso che si trova lontana, incontrerà altra gente? Andrà con qualcun’altra? Resisterà alle tentazioni?
Ma poi mi dico che sono stupida. Che non tutte le persone sono uguali. Sono io a essere un’insicura cronica. Che cosa ne pensa?  

 

Cara Anna,

Rifletta con me: quando lei parte o si sposta, porta con sé l’immagine di lei? I viaggi sono moti dell’anima, che ci pongono di fronte a paesaggi, culture, modi di vita, facce diverse. Paradossalmente però, essi ci mettono nella condizione di essere ancora più noi stessi. Con la nostra cultura, con i nostri sentimenti e le nostre relazioni interne. Viaggiando non si dimentica, al contrario spesso si è ancora di più se stessi, si è costantemente costretti a ricordare chi siamo. Quando siamo lontani portiamo con noi le nostre relazioni significative, è quello il nostro autentico bagaglio.

Da quello che dice, lei è profondamente dentro la tua compagna. Non tema dunque. Si chieda piuttosto se lei è stata influenzata da alcuni modelli che vogliono i rapporti saffici come storie fragili, poco durature, influenzabili. Provi a chiedersi, inoltre, se le sue paure non siano l’ombra dei suoi desideri: forse lei, rimasta qui, desidererebbe perdersi, smarrirsi. Forse per lei questi desideri in passato sono stati associati a ricerca, esperienza, conoscenza, prova. Sentendo queste cose dentro di lei può sorgere facilmente la convinzione che siano anche dentro gli altri e soprattutto dentro la sua cara compagna.

Lasci intimamente che parta davvero. E lei provi, questa volta, a immaginarsi Itaca, il porto caro a cui far ritorno, il luogo della nostalgia.

 

 

Caro Dottore,

Mi chiamo Pietro e le scrivo da Roma. Io e il mio compagno siamo appena tornati da Amsterdam. In questi anni sempre più spesso scegliamo le città del Nord Europa. Le amiamo molto anche se ogni volta, al ritorno, aumenta un po’ il nostro dispiacere. Lì, infatti, constatiamo come la condizione di gay e lesbiche sia sempre migliore: civile, legale, condivisa dalla gente. Hanno più diritti, più spazi di vita, matrimoni, figli, diritto alla casa, sono riconosciuti in tutto come facente parte della comunità.
Vedere questo mi fa male e mi fa venire voglia di andar via, di dare a me e al mio compagno una possibilità diversa. Mi fa odiare gli italiani, il loro perbenismo, la loro stupidità, il loro asservimento alla Chiesa, la loro ipocrisia profonda e radicata.
Io e il mio compagno che, come me, adesso potrebbe avere opportunità lavorative all’estero, stiamo pensando di trasferirci, magari proprio ad Amsterdam. Ma è una decisione così difficile! È così duro, dopo tanti sacrifici, mollare tutto e andarsene. Vorrei una sua opinione, la saluto e la ringrazio.

 

Caro Pietro,

Andare via. Sradicarsi, è questo che la società italiana spesso“consiglia” ai suoi figli diversi: dal Sud vanno al Nord, dai piccoli centri nelle grandi e anonime città.
Leggo nelle sue parole il dolore, la rabbia e una nascente determinazione ma ho la sensazione che lei stia seguendo inconsapevolmente quel consiglio sociale. Sceglie o fugge dal conflitto?

Le nazioni, nella loro varietà, sono migliori e peggiori dell’Italia, dipende da quale prospettiva le si guarda. Certo che si può desiderare un mondo migliore, ma bisogna fuggire per questo? Andare dove un mondo migliore già esiste? Qual è il prezzo che intende pagare? Perdere o allontanarsi dai suoi affetti e dai suoi amici, che poi sono le stesso tipo di relazioni che fanno la vita degna di essere vissuta in qualsiasi paese del mondo?

Penso a quei tanti che hanno viaggiato in cerca “del mondo migliore”, “della società perfetta”: molti sono tornati, gli altri riconoscono di aver pagato un prezzo altissimo. La “società perfetta” è quella che noi abbiamo contribuito a costruire, qualunque sia il grado di sviluppo alla quale questa è arrivata. Perché il “senso di noi” è anche il senso della nostra “storicità”,  del nostro contributo alla comunità da cui abbiamo preso vita.

Quelle società ammirevolmente avanzate nei diritti, non sono nate così. Esse sono il frutto delle lotte e dei sacrifici di altri uomini e donne che non se ne sono andati via, scegliendo di restare e cambiare le cose con il coraggio di fare del loro desiderio un loro diritto. Ogni persona che combatte per un proprio diritto combatte per tutta l’umanità. Proviamo a sentire le loro società anche come la nostra eredità. Sono loro i nostri concittadini e tocca a noi, qui, continuare il lavoro. C’è qualcosa di tragico e di difficile nella differenza e nella diversità che necessita una elaborazione spesso conflittuale.

Anche in Italia arriverà il tempo dei pieni diritti GLBT, siamo già dentro un processo. Ma è un tempo che deve nascere qui e farsi storia di questo paese, altrimenti avrebbe un sapore artificiale come certi costumi o consumi globalizzati che non darebbe né a lei, né a nessuno di noi, la sensazione di piena appartenenza. Come quando si sta tra una “cerchia di amici” o circondati dai propri affetti.

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