La ricerca del rischio e della trasgressione nell’adolescenza

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Da differenti ricerche su scala nazionale emerge che, nonostante il gran numero di infrazioni al codice della strada commesse da adolescenti, la maggioranza di loro non riceve alcuna multa.

Dai giornali si apprende di come sia diffuso tra gli adolescenti l’uso irrazionale (se non l’abuso) di merci, sostanze, internet, sessualità ecc. Tanto più l’opinione pubblica critica (spesso esagerando) i giovani e il loro stile di vita, tanto meno le autorità preposte esercitano il loro ruolo.

È come un grande gioco delle parti con tolleranza e intolleranza, rigidità e lassismo che sembrano rappresentare i personaggi di una commedia con un unico finale: i giovani non si capiscono né si proteggono.

Non è mia intenzione qui perorare la causa di chi vorrebbe militarizzare le strade o credere che tutto si risolva con un aumento delle pene per le “trasgressioni” alle regole. In  una comunità complessa le soluzioni non sono mai così semplici.

Invece è necessario riflettere insieme sul concetto di “trasgressione” o, meglio ancora, su quello di “rischio” di cui la “trasgressione alla regola” fa parte.

Sembra che l’intera società abbia ormai fatto propria l’idea che gli adolescenti debbano per necessità, vocazione, destino ineluttabile “rischiare”. L’adolescenza è un’età in cui si “deve” sperimentare il limite, l’estremo, la soglia.

Non che questo assunto sia del tutto sbagliato, ma riflettiamo onestamente insieme: perché quando le nostre discussioni si concentrano su fatti eclatanti (e spesso solo su quelli) come gli abusi del weekend, i comportamenti violenti a scuola, in famiglia o allo stadio, tra le righe c’è l’uso di frasi come “sfida”, “avventura rischiosa”, “limite”. Perché quando parliamo di rischio adolescenziale associamo sempre idee di “trasgressione” o “prova di coraggio” magari segnati dalla sfortuna?  Perché la pubblicità utilizza le immagini di sport estremi e i mass media prediligono cronache di sfrenate notti di ballo, abuso di droghe e sessualità promiscua?

Ci è così difficile vedere agire quel gioco delle parti nel quale si mescolano intolleranza e tolleranza, condanna e ammirazione, ripudio dei giovani e rimpianto per la nostra “perduta gioventù”?

Il mondo degli adulti sembra subire il fascino degli aspetti più trasgressivi ed eclatanti della cultura giovanile e soltanto questo spiega il suo disinteressarsi al fatto che, come dimostrano tutte le ricerche europee in merito, il vero rischio nell’adolescenza consiste nel quotidiano e nel banale: i ragazzi rischiano perché hanno difficoltà a proteggersi piuttosto che per ricerca del brivido.

Tra i maggiori rischi che corrono vi sono le malattie a trasmissione sessuale perché i nostri giovani sono troppo insicuri per pretendere rapporti protetti, le gravidanze indesiderate perché non si stimano abbastanza per tutelarsi, i problemi di salute perché non accettano o considerano il loro corpo, l’abbandono o l’emarginazione scolastica perché non credono di poter raggiungere alcuna meta. Rischi normali, per nulla eccezionali e soprattutto silenziosi.

Sarebbe il caso che la collettività, a partire dalle amministrazioni, piuttosto che perdersi nel tollerare o viceversa stringere la morsa attorno ai comportamenti estremi si facesse capofila di interventi volti alla prevenzione dei comportamenti rischiosi quotidiani e invisibili. Come? Non calandoli dall’alto ma avvicinandosi ai ragazzi per renderli partecipi del necessario processo di riflessione con l’obiettivo di non considerarli oggetti bensì attori di una più partecipe idea di cittadinanza. Ma sul “come fare” c’è abbastanza materiale per parlarne un’altra volta.

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